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Z. − […] Penso che forse mai, come in questo inizio di millennio, il tempo abbia cambiato velocità. Quindi, ci si trova in uno snodo importantissimo, che nel giro di poco tempo tenderebbe a cambiarci sotto gli occhi tutto quello che è stato pensato e fatto prima. La poesia diventa, necessariamente, un campo ideale che ha bisogno di una autoreferenzialità, di una autogiustificazione nel tempo, tra le brutture che il tempo arreca. […] Sul piano della scrittura, anche fatti profondi e gravi, non possono non avere un loro status di particolare retorica. Il nome di Maria Fresu, per esempio, è particolarmente legato a tremende esperienze del dopoguerra; in questo caso, alla bomba di Bologna. D. − Quale deve essere, oggi, la suprema proposta qualitativa della poesia, il suo «sì» [2]? Z. − Deve conservare l’idea del sacro: non l’idea di un sacro espressa da una piuttosto che da un’altra particolare religione, ma [l’idea] di una sacralità che è insita nella vita. Oggi, chi pretende di avanzare verso aumenti di produzione senza tener conto che basta un niente per tracollare, va anche contro il sacro, contro la sacralità che da sempre bisogna presupporre nella vita. Non occorre far professione di una qualche fede particolare: il sacro supera la particolare idea di sacro esibita dalla singola religione, proponendo qualche cosa che se la si mette in dubbio, se la si tocca, crolla tutto. E su questa tastiera, sono andato avanti… […] Ancora un saluto onnicomprensivo a tutti, con braccia da “Gigante delle sette leghe”…